Ogni volta che incontro un neolaureato, mi sembra di rivedere me stesso non troppi anni fa, quando l’ateneo mi consegnava il tanto agognato pezzo di carta, tra grandi sorrisi e pacche sulle spalle. Scegli un percorso di laurea un po’ per vocazione, un po’ perché sai che il mercato sembra avvantaggiare quel lavoro. Mentre frequenti, ti convinci che in fondo saper dimostrare che un “Insieme sia un sottospazio vettoriale di R”, ti renderà invincibile professionalmente parlando.

Poi arriva il giorno dei saluti del “Cinema Accademico”, che ti festeggia in pompa magna augurandoti le migliori soddisfazioni professionali possibili, con una leggerezza tale da suggerire un passaggio nel mondo del lavoro scontato.

Finché, poi, il distaccato selezionatore con il tuo curriculum tra le mani, farà crollare tutte quelle certezze che pensavi di avere (“Ma chi è sto montato,io sono un ingegnere!“), mostrandoti la mancanza delle competenze basilari, della  conoscenza non troppo approfondita dell’inglese, del non avere nessuna idea di come si ci approcci al mondo lavorativo, giusto per citarne qualcuna.

La conferma del fallimento del sistema universitario italiano (ho studiato al sud, ma ho ricevuto riscontri anche da colleghi provenienti da atenei del nord) lo si vede nell’aumento vertiginoso di extra-corsi di ogni tipo, dai master    multi-livello e gli stage nelle sue più disparate forme.

Non si vuole contestare l’assoluto valore della gavetta, tutt’altro: mi limito ad analizzare un investimento (in questo caso nella formazione personale), così come ognuno di noi farebbe per un qualsiasi sforzo economico.

“Quando compi 18 anni e consegui la patente di guida, ti aspetti di essere pronto per guidare l’auto, non certo per esibire un altro documento di riconoscimento”

In 5 anni medi c’è sufficiente tempo per strutturare un piano formativo concepito per creare un professionista e non un prototipo di topo da biblioteca.

Un percorso universitario non può essere un qualcosa fine a se stesso, deve quantomeno prevedere uno stage aziendale inerente al percorso di laurea. Magari potrebbe sostituire quei 1-2-3 esami assolutamente inutili (tirocini svolti solo per far sgravare lavoro al prof, dare un argomento al tesista e bassa manovalanza all’aziendina, rappresentano un maldestro tentativo in tal direzione).

L’azienda non ti assume se non ha il tempo e le risorse per poter colmare il gap. L’obiettivo di un ente formativo è ridurre quel gap, a vantaggio di tutte le parti coinvolte, e solo allora l’azienda ha tutto l’interesse ad assumerti nella misura in cui si accorge che non si tratta di un investimento monodirezionale  e perchè sa, quant’è difficile reperire professionisti e talenti.

Il percorso accademico italiano prevede una formazione: nozionistica, che esaspera la conoscenza di un argomento a livelli di profondità che si riveleranno spendibili solo al 10-20%; obsoleta e pigra verso l’aggiornamento; muta verso aziende e repellente verso l’utilizzo quotidiano dell’inglese.

Un disastro annunciato, motivo evidente del ritardo delle università italiane rispetto a quelle estere.

Ultimo, ma non meno importante, l’università italiana propone lo sviluppo di un modello di studio basato sul numero di esami superati in rapporto al tempo, innescando una frenetica “corsa al conseguimento dell’esame”.

Secondo alcuni, questa logica favorirebbe l’abitudine a operare per scadenze e capacità di multi-tasking. Quest’approccio, in realtà, rischia di svilire la qualità, alimenta casi di isolamento sociale, riduce lo stimolo verso la cooperazione e, in generale, lo sviluppo dell’intelligenza emotiva.

“Qui Acquisirai la Forma mentis”, avrete sentito dire da qualcuno; oggi credo di aver capito, dove si volesse andare a parare:

“La Forma mentis della Vetrina”, il paradosso dell’esibizione di un titolo, quando si è ancora soltanto un numero”

Ma non tutto il male viene per nuocere.

Lasciarsi alle spalle tutto questo ed impegnarsi umilmente nella consapolezza di ricominciare tutto da zero, sarà la chiave per diventare professionisti apprezzati.

A quel punto non sarete solo una vetrina, ma un negozio intero aperto al pubblico.

Di Luca D’Andria